quel che non ti ha ucciso ti sta avvelenando gradualmente.

quel che non ti ha ucciso ti sta avvelenando gradualmente.

lui: dovresti uscire di più bets: ho da studiare lui: non puoi davvero studiare tutto il giorno, entro le sei devi aver finito! poi potresti uscire bets: ceno alle sette e mezza lui: allora? per un'oretta un giro te lo potresti fare. bets: sai che Cyan (nota* la migliore amica di betsy) abita a mezz'ora da qui lui: allora? potresti uscire con le tue compagne di classe ad esempio bets: ... lui: non ti piacciono proprio, eh? non mi piacciono proprio. non mi piace proprio la gente, in effetti.
mi son fatta promettere da lui una fotografia in cui mi ritrarrà nella posa de “La Madonna” di Munch

mi son fatta promettere da lui una fotografia in cui mi ritrarrà nella posa de “La Madonna” di Munch

ideale Il microfono lì, a pochi centimetri dal suo viso. La legge cosa? L’intervistatrice che se ne sta lì davanti a lei, quel sorriso pre-stampato alla “va tutto bene”. E allo stesso modo la telecamera, occhio non solo dell’operatore che la tiene sulla spalla dimostrando un certo sforzo, poverino lui, mingherlino com’è, ma anche –e questo è il peggio! – dei tecnici che taglieranno e monteranno il servizio, degli spettatori che la potrebbero osservare alla tv stravaccati nei loro divani sporchi di tutto, di quella macchia d’olio del millenovecentoottantaquattro e delle molliche della cena di ieri sera e della merenda del giorno prima e pasti del giorno prima e prima prima ancora… Lei non vuole, non può. Scuote la testa, le guance e le orecchie così rosse che sembrano lasciare nell’atmosfera una scia infuocata. Il “no” che dovrebbe significare? La domanda era un’altra, era su quella legge… “no”. L’intervistatrice capisce. Quella sua inequivocabile incapacità di dare una risposta, la sua incapacità di provare… Fa segno di “sì” con la testa, se ne va. Meglio. Ma parliamo di lei. Lei è una di quelle sbagliate, una di quelle che non dovevano nascere. E l’universo non avrebbe neanche avvertito particolarmente la sua mancanza, vista la marea di sorelle che, mescolandosi con lei, avvelenavano quella piccola parte di mondo. Ma diciamo  piuttosto della lei di ora. Lei stava passeggiando verso il giardino delle rose. Quella roba, quella del giardino delle rose, è un po’ complicata da spiegare. Comunque, camminando accidentalmente davanti al liceo della sua città, dove al solito lo stesso gruppo di studenti incazzati se ne stavano davanti a protestare per chissà cosa, era stata fermata, e questa è la storia. Le erano state chieste idee che non aveva.   A lei piaceva il silenzio.   Lo sconforto la assaliva quando provava l’esser sola. La solitudine non è di quelle cose semplici da comprendere, come lo può essere la pelle abbronzata: tranne le solite eccezioni, se stai al sole sei scura, altrimenti no. Da che tutto ha avuto principio, non è mai stato che “se stai in mezzo alla gente non sei solo, se ti estranei invece sì”, anzi. Le accadeva spesso di immergersi nella solitudine quand’era tra la folla, ed era proprio in quel mentre che non riusciva più a respirare, che il buco nero la inghiottiva, che perdeva se stessa. Si sarebbe potuta definire una personalità malinconica, se lo si fosse desiderato. Stava dunque guardando le rose. Guardava i petali aperti al mondo, fieri del loro colore. E lì a lato un bocciolo   Lei era piccola come non mai.   Tra le cose, lei era anche una tipa da nebbia. E questo presupponendo che la nebbia sia la condizione atmosferica più adatta al ricordo. Inoltre la nebbia non ti costringe un bel niente: in una giornata di nebbia non sei costretta a stare a casa ché sennò ti bagni, come la pioggia, né ti senti quasi obbligata ad uscire per una volta tanto per fare il pupazzo e scattare qualche foto, come con la neve. Al massimo la nebbia ti fa guidare piano, e ti da un’atmosfera che potrebbe essere spettrale o tranquilla o solo bianca. La nebbia da gusto al tempo senza imporsi in alcun modo. Alessia era dunque una personcina da nebbia. Quando c’era se ne stava lì, faceva quel che voleva, stava a casa o forse usciva,e pensava al passato… La nebbia non permetteva a nessuno di vedere, neanche agli altri, e così se ne stava più tranquilla. Il fatto che non fosse lei la sola ad essere imprigionata ad un passato che soffocava le sue urla e le chiudeva gli occhi al presente o, peggio, al futuro, la faceva sentire meno estranea rispetto a questo mondo. Meno sola.   Il problema, poi, era che non riusciva a vedersi la punta delle scarpette.   Il suo bacio in piena guancia. Cosa? Lo scatto per alzarsi il prima possibile, guardarsi attorno  smarrita, il cuore che batte così forte. Man mano prende coscienza di un sentimento che neanche lei riesce a capire: fastidio paura gioia speranza? Appoggia senza accorgersene la mano sulla guancia, continuando ad accarezzarla, come per cercare un bacio provato ma che ora non c’è più. Perché lui non c’è più.   È tedioso non riuscire a guardarsi la punta dei piedi. Fosse poi per una gran pancia dall’aver mangiato troppi bignè, lo avrebbe anche accettato con una certa soddisfazione. Ma no, questo non le era concesso. Lei era una cazzo di bambola di porcellana, e tale doveva rimanere. Un’enorme gonna bianca. Enorme, davvero. Vaporosa e infiocchettata fino ai limiti del possibile. Era vestita di merletti e pizzi affollati l’uno sull’altro fino a perdere identità, la di Alessia. Sua mamma col pancione, sua sorella tra le braccia Per assurdo, la fede del suo primo matrimonio ancora infilata sulle dita. “Sorridi cara, il sorriso è l’accessorio più bello della donna” Ha il dannato vizio di chiamare tutti “cara”, sua figlia compresa. É come un disordine alimentare, che all’inizio in qualche modo ti fa sentire bella, ma poi a lungo andare ti uccide.   Con una notevole incapacità di adattamento.   A scuola. Il suo viso orientato con precisione verso la finestra più vicina, i suoi occhi immersi nel cielo. Bersi quel cielo, ecco cosa avrebbe voluto. Fuggire, scappare, riappropriarsi di quella libertà che mai le era stata concessa. “Spinelli!” lei che si gira alla voce della professoressa. Con un eccesso d’attenzione –non sua, si sforza a cercare di articolare le parole dell’insegnante per dar loro significato. Quella dolce, cara, ignobile personcina che è la sua prof di religione. “e tu che ne pensi?” Giusto, che ne penso? Lei si guarda le unghie delle mani, smaltate di blu scuro per caso: gli altri smalti, ieri, erano finiti non si sa dove, e lei aveva preso il primo che le era capitato. “parlavamo del divorzio, Alessia.” Lei guarda la prof con convinzione: “è legale in Italia dal 1970, e ha pieno valore dal 1974, quando un referendum abrogativo che era stato richiesto per annullare questo diritto con una maggioranza di voti contrari ha permesso che rimanesse nella legislatura italiana…” La professoressa che ridacchia, mostrandole quel sorriso infantilmente imprigionato da una gabbia di metallo. “non volevo sapere questo. Volevo sapere cosa ne pensi tu.” E lei non lo sapeva.   Con quella testa così piena di cielo da non avere spazio per null’altro.   C’era dunque da dire che lei non aveva idee. Per scelta, intendo. Sapeva che così era più facile, e si era attrezzata. Questo non significa che disprezzasse quelli che invece ne avevano: uno dei vantaggi di essere come lei, infatti, era la totale estraneità da ogni conflitto. Semplice, immediata. La sua posizione era l’universalità.   Ogni tanto le capitava di sognarlo.   Quando si svegliava poi era tutta scombussolata. Scendendo dal suo letto con quel suo tipico passo incerto, costretta, pur nella non-obbligatorietà delle vacanze estive, da quella paura del vuoto che la attaccava e le impediva di rilassarsi quando, in quelle mattinate così, rischiava di annegare nel silenzio. In quelle mattinate così si alzava con quel passo incerto per andare a cercare la vita. C’era da vederla, con i capelli tutti arruffati e la camicia da notte stropicciata, seguire a piccoli passi fino alla porta, la forza che assecondando il suo peso riesce a permetterle di girare la maniglia, far scattare la serratura… E il suono della tv accesa, in salotto. Vita. I suoi riccioli neri che si intravedono dalla cima dello schienale del divano. Lui che si gira: -Ehilà! Buongiorno principessa! -Buongiorno. -Dormito bene? -Sì, si… solo che mi sono svegliata inquietata: c’era troppo silenzio, avevo paura. Mi abbracceresti? La sensazione di quei due corpi che premono l’uno sull’altro, la sua forza nello stringerla per farle percepire a pelle il suo affetto, il suo respiro caldo e rassicurante. Carezza, la sua pelle fredda e molliccia. Silenzio? A casa tua? Lei apre gli occhi davvero: il pianto della piccola Gaia che viene da non si sa dove, l’altra sua sorella stravaccata nel letto a fianco a lei.   Ogni tanto le capitava di sognarlo.   Se ci fosse un qualche legame, tra la morte del suo primo amore e il fatto che lei non avesse idee, era difficile stabilirlo. Queste sue due parti di sé erano ormai talmente radicate nella sua personalità da unirsi quasi a formare un’unica identità: costituivano ormai una lei compatta, senza possibilità. Lei era solo Alessia, e questo non significava niente: era un ammasso di carne, un’anima a dir tanto. L’adolescenza l’aveva resa così, anche. Non che non fosse stata mai normale, “tipica” come le altre sue coetanee O forse non lo era davvero mai stata, era difficile dirlo. In fondo, se mi è permesso, non è proprio questo sentimento di assoluta estraneità, questa incapacità di sentirsi compresi, di sentirsi come gli altri, che caratterizza l’adolescenza? Quindi, insomma, lei una volta era normalmente anormale. Adesso non si sa bene. La normalità è strana.   Quel che avrebbe voluto dirgli era scritto in un foglio, sì, stava tutto in un foglio, compatto, stretto stretto.   Di fissare quei boccioli di rosa, poi, lei non si sarebbe stufata mai. Insomma, erano belli. E se non bastava quello, se non bastava questa così enorme bellezza che forse però bastava (o forse no, non aveva idee per dirlo) a riempirle l’anima per quegli attimi fuggenti in cui stava lì a contemplare i fiori, avrebbe potuto almeno dire di essere una pittrice impressionista mancata, e che se avesse avuto talento, un’istruzione e dei colori sarebbe potuta diventare la nuova Berthe Morisot. Impressionista ma sconosciuta al mondo. I cani invece non le piacevano proprio. Come quel piccolo jack russel che le stava annusando curiosamente i piedi. “fermo Bobi!” Il leggero nervosismo di lei. Avvertire che il padrone del cane si stava avvicinando… e che non la stava aiutando per niente, con quel cucciolo che anzi aveva iniziato ad arrampicarsi sulle sue gambe. Lei che alza lo sguardo a veder-lo. “ciao Alessia” “Papà?” Lei non vedeva suo padre… beh, da tanto. Lui e sua madre si erano mollati poco dopo la nascita di Sonia, non si è mai saputo bene il perché… e per il primo anno, toh, forse addirittura per i primi due, lui era tornato a trovarle ogni domenica pomeriggio, per stare un po’ di tempo assieme. Poi erano nate le nuove sorelle, spuntato un nuovo papà. Sonia era diventata chiaramente parte dell’”altra” famiglia. Lui era ancora suo padre, me era imbarazzante per lei incontrarlo da sola. E poi nessuno se ne curava più. E lei d’esser sola aveva iniziato a farci l’abitudine. Cosa provasse per suo papà non lo sapeva anche lei, forse era quasi uno sconosciut- L’abbraccio più forte che ricordasse di avere mai dato. Padre e figlia come una cosa sola, stretti insieme, in un esagerato atto per colmare il vuoto che c’era, che c’era stato e che forse avrebbe continuato ad esserci. Quello era suo papà. Come foglietto poi non era neanche tanto piccolo. Era a quadretti, quei quadretti di mezzo centimetro da quaderno di matematica. E sopra, a matita, ci aveva scritto quello che gli avrebbe voluto dire se ce ne fosse stata la possibilità. Lo aveva deciso dopo, che glielo aveva voluto dire, così come dopo lo aveva scritto. Cioè troppo tardi. Il problema era la forma: era scritto male. Solo che lei queste cose non  le sapeva scrivere, non le sapeva esprimere punto… quindi le aveva solo buttate giù, e poi aveva bruciato il foglio. Toccami Le tue mani mortali sulla mia carne già putrescente   La tua lingua avvelenata a maledire ciò che resta della mia anima Ed odorare il tuo odore sulla mia pelle e la mia essenza sulla tua per questa convivenza che ci danna e ci rende umanamente complici di questa maledizione.   Una poetessa finta come chi cita impropriamente i filosofi per aggiungere frasi sciocche ai baci Perugina.   “diciotto anni, vero?” Dedicargli un bel sorriso, o almeno provarci: “già” “sei all’ultimo anno di superiori quindi!” “non me lo ricordare…” “hai l’esame di stato!” Tirargli un sassolino per terra con la falsa pretesa di fargli male: “ti ho detto di non ricordarmelo!” Forse lui ti avrebbe detto che saresti stata bella, in un’immagine del genere. Con tuo padre e sorridente. Forse saresti stata proprio bella, ai suoi occhi vuoti. “e per l’anno prossimo? Cos’hai scelto di fare? Qualche università?” Il nulla. Camminando sul niente senza le scarpe giuste ci potresti inciampare. Ogni tanto, al di fuori degli altri- e cioè al di fuori delle varie domande sul futuro che le potevano rivolgere suo padre o altri estranei in genere – lei si chiedeva seriamente che fine avrebbe fatto. Dove sarebbe andata? Ecco, questa era una domanda che da sempre lei odiava farsi. Anche quando partiva di casa per una delle sue interminabili passeggiate: si chiedeva dove sarebbe andata, forse? No. Non le importava. O meglio, dover deciderlo la portava ad un così forte disagio che preferiva auto-tacersi la meta. Sì, il disagio…  come quello provato quella volta, davanti alla giornalista. Quel sentimento che ogni tanto si affacciava alla sua vita –“cucù” le faceva – rendendole l’esistenza una prigionia poco meno monotona. Questa non-scelta, finora, non l’aveva mai tradita. La aveva anzi portata ad incontrare lui – in quello stesso celestiale giardino di sempre – e lui era davvero, una delle cose belle.   Le capitava sporadicamente di catalogare ciò che era intorno a lei in “cose brutte” o “cose belle”.   Ma ora aveva diciotto anni, dannazione. Diciotto anni e l’attendeva la croce, la scelta, la maturità. Aveva diciotto anni e le facevano presente che non era più una bambina, era piuttosto una, una, una.. Il cuore poi per lei era una trappola. Soprattutto quando le faceva male, e non sapeva perché. Ma questo era il meno. Ogni tanto, al di fuori degli altri, si chiedeva che fine avrebbe fatto.   Con “depressione clinica” intendiamo, al di fuori di ogni possibile definizione tratta da Wikipedia, uno stato prolungato di malattia in cui il soggetto, in parole semplici, si lascia morire. Non è volontà propria di ammazzarsi: se lo fosse il soggetto si suiciderebbe, e in questo atto probabilmente soffrirebbe anche meno. La depressione clinica è lasciarsi andare, la depressione clinica è l’inerzia. È smettere di lottare. Smettere di “vivere” nel termine puramente detto. E da questo ci si può salvare, con l’attenzione, con l’ascolto… altrimenti si muore. In una delle sue manifestazioni più diffuse, la depressione clinica si manifesta con l’anoressia: il depresso non s’alza più dal letto, non fa alcunché se non forzato, non mangia. La depressione uccide, talvolta, quelle creature che ormai non più vive né ancora morte si lasciano morire. Nell’inaccettazione di quelle grida di bambina appena sveglia, stanca di fuggire da una famiglia che non poteva seminare, Alessia smise di alzarsi dal letto la mattina.   Nel suo libero ed infinito porsi, l’Io si dimostra ad un tempo limitabile, in quanto nella attività reale incontra ostacoli che lo limitano, e illimitabile nell’attività ideale, caratteristica che gli permette di andare oltre.1   Lo sognò ancora un’infinità di volte.

ideale

Il microfono lì, a pochi centimetri dal suo viso.

La legge cosa?

L’intervistatrice che se ne sta lì davanti a lei, quel sorriso pre-stampato alla “va tutto bene”.

E allo stesso modo la telecamera, occhio non solo dell’operatore che la tiene sulla spalla dimostrando un certo sforzo, poverino lui, mingherlino com’è, ma anche –e questo è il peggio! – dei tecnici che taglieranno e monteranno il servizio, degli spettatori che la potrebbero osservare alla tv stravaccati nei loro divani sporchi di tutto, di quella macchia d’olio del millenovecentoottantaquattro e delle molliche della cena di ieri sera e della merenda del giorno prima e pasti del giorno prima e prima prima ancora…

Lei non vuole, non può.

Scuote la testa, le guance e le orecchie così rosse che sembrano lasciare nell’atmosfera una scia infuocata.

Il “no” che dovrebbe significare?
La domanda era un’altra, era su quella legge…

“no”.
L’intervistatrice capisce.
Quella sua inequivocabile incapacità di dare una risposta, la sua incapacità di provare…
Fa segno di “sì” con la testa, se ne va. Meglio.

Ma parliamo di lei.
Lei è una di quelle sbagliate, una di quelle che non dovevano nascere.

E l’universo non avrebbe neanche avvertito particolarmente la sua mancanza, vista la marea di sorelle che, mescolandosi con lei, avvelenavano quella piccola parte di mondo.

Ma diciamo  piuttosto della lei di ora.

Lei stava passeggiando verso il giardino delle rose.
Quella roba, quella del giardino delle rose, è un po’ complicata da spiegare.
Comunque, camminando accidentalmente davanti al liceo della sua città, dove al solito lo stesso gruppo di studenti incazzati se ne stavano davanti a protestare per chissà cosa, era stata fermata, e questa è la storia.
Le erano state chieste idee che non aveva.

 

A lei piaceva il silenzio.

 

Lo sconforto la assaliva quando provava l’esser sola.
La solitudine non è di quelle cose semplici da comprendere, come lo può essere la pelle abbronzata: tranne le solite eccezioni, se stai al sole sei scura, altrimenti no.
Da che tutto ha avuto principio, non è mai stato che “se stai in mezzo alla gente non sei solo, se ti estranei invece sì”, anzi. Le accadeva spesso di immergersi nella solitudine quand’era tra la folla, ed era proprio in quel mentre che non riusciva più a respirare, che il buco nero la inghiottiva, che perdeva se stessa.
Si sarebbe potuta definire una personalità malinconica, se lo si fosse desiderato.
Stava dunque guardando le rose.

Guardava i petali aperti al mondo, fieri del loro colore.
E lì a lato un bocciolo

 

Lei era piccola come non mai.

 

Tra le cose, lei era anche una tipa da nebbia.
E questo presupponendo che la nebbia sia la condizione atmosferica più adatta al ricordo.
Inoltre la nebbia non ti costringe un bel niente: in una giornata di nebbia non sei costretta a stare a casa ché sennò ti bagni, come la pioggia, né ti senti quasi obbligata ad uscire per una volta tanto per fare il pupazzo e scattare qualche foto, come con la neve.
Al massimo la nebbia ti fa guidare piano, e ti da un’atmosfera che potrebbe essere spettrale o tranquilla o solo bianca.
La nebbia da gusto al tempo senza imporsi in alcun modo.

Alessia era dunque una personcina da nebbia.
Quando c’era se ne stava lì, faceva quel che voleva, stava a casa o forse usciva,e pensava al passato…
La nebbia non permetteva a nessuno di vedere, neanche agli altri, e così se ne stava più tranquilla.
Il fatto che non fosse lei la sola ad essere imprigionata ad un passato che soffocava le sue urla e le chiudeva gli occhi al presente o, peggio, al futuro, la faceva sentire meno estranea rispetto a questo mondo.
Meno sola.

 

Il problema, poi, era che non riusciva a vedersi la punta delle scarpette.

 

Il suo bacio in piena guancia.

Cosa?

Lo scatto per alzarsi il prima possibile, guardarsi attorno  smarrita, il cuore che batte così forte.

Man mano prende coscienza di un sentimento che neanche lei riesce a capire: fastidio paura gioia speranza?
Appoggia senza accorgersene la mano sulla guancia, continuando ad accarezzarla, come per cercare un bacio provato ma che ora non c’è più.

Perché lui non c’è più.

 

È tedioso non riuscire a guardarsi la punta dei piedi.
Fosse poi per una gran pancia dall’aver mangiato troppi bignè, lo avrebbe anche accettato con una certa soddisfazione.

Ma no, questo non le era concesso.

Lei era una cazzo di bambola di porcellana, e tale doveva rimanere.

Un’enorme gonna bianca. Enorme, davvero. Vaporosa e infiocchettata fino ai limiti del possibile.

Era vestita di merletti e pizzi affollati l’uno sull’altro fino a perdere identità, la di Alessia.
Sua mamma col pancione, sua sorella tra le braccia

Per assurdo, la fede del suo primo matrimonio ancora infilata sulle dita.

“Sorridi cara, il sorriso è l’accessorio più bello della donna”
Ha il dannato vizio di chiamare tutti “cara”, sua figlia compresa.

É come un disordine alimentare, che all’inizio in qualche modo ti fa sentire bella, ma poi a lungo andare ti uccide.

 

Con una notevole incapacità di adattamento.

 

A scuola.

Il suo viso orientato con precisione verso la finestra più vicina, i suoi occhi immersi nel cielo.

Bersi quel cielo, ecco cosa avrebbe voluto. Fuggire, scappare, riappropriarsi di quella libertà che mai le era stata concessa.

“Spinelli!” lei che si gira alla voce della professoressa.

Con un eccesso d’attenzione –non sua, si sforza a cercare di articolare le parole dell’insegnante per dar loro significato.

Quella dolce, cara, ignobile personcina che è la sua prof di religione.
“e tu che ne pensi?”
Giusto, che ne penso?
Lei si guarda le unghie delle mani, smaltate di blu scuro per caso: gli altri smalti, ieri, erano finiti non si sa dove, e lei aveva preso il primo che le era capitato.

“parlavamo del divorzio, Alessia.”

Lei guarda la prof con convinzione:
“è legale in Italia dal 1970, e ha pieno valore dal 1974, quando un referendum abrogativo che era stato richiesto per annullare questo diritto con una maggioranza di voti contrari ha permesso che rimanesse nella legislatura italiana…”

La professoressa che ridacchia, mostrandole quel sorriso infantilmente imprigionato da una gabbia di metallo.
“non volevo sapere questo. Volevo sapere cosa ne pensi tu.”
E lei non lo sapeva.

 

Con quella testa così piena di cielo da non avere spazio per null’altro.

 

C’era dunque da dire che lei non aveva idee. Per scelta, intendo.

Sapeva che così era più facile, e si era attrezzata.

Questo non significa che disprezzasse quelli che invece ne avevano: uno dei vantaggi di essere come lei, infatti, era la totale estraneità da ogni conflitto.

Semplice, immediata. La sua posizione era l’universalità.

 

Ogni tanto le capitava di sognarlo.

 

Quando si svegliava poi era tutta scombussolata.

Scendendo dal suo letto con quel suo tipico passo incerto, costretta, pur nella non-obbligatorietà delle vacanze estive, da quella paura del vuoto che la attaccava e le impediva di rilassarsi quando, in quelle mattinate così, rischiava di annegare nel silenzio.

In quelle mattinate così si alzava con quel passo incerto per andare a cercare la vita.
C’era da vederla, con i capelli tutti arruffati e la camicia da notte stropicciata, seguire a piccoli passi fino alla porta, la forza che assecondando il suo peso riesce a permetterle di girare la maniglia, far scattare la serratura…

E il suono della tv accesa, in salotto.
Vita.

I suoi riccioli neri che si intravedono dalla cima dello schienale del divano.

Lui che si gira:
-Ehilà! Buongiorno principessa!
-Buongiorno.

-Dormito bene?

-Sì, si… solo che mi sono svegliata inquietata: c’era troppo silenzio, avevo paura. Mi abbracceresti?
La sensazione di quei due corpi che premono l’uno sull’altro, la sua forza nello stringerla per farle percepire a pelle il suo affetto, il suo respiro caldo e rassicurante.
Carezza, la sua pelle fredda e molliccia.
Silenzio? A casa tua?
Lei apre gli occhi davvero: il pianto della piccola Gaia che viene da non si sa dove, l’altra sua sorella stravaccata nel letto a fianco a lei.

 

Ogni tanto le capitava di sognarlo.

 

Se ci fosse un qualche legame, tra la morte del suo primo amore e il fatto che lei non avesse idee, era difficile stabilirlo.
Queste sue due parti di sé erano ormai talmente radicate nella sua personalità da unirsi quasi a formare un’unica identità: costituivano ormai una lei compatta, senza possibilità.

Lei era solo Alessia, e questo non significava niente: era un ammasso di carne, un’anima a dir tanto.
L’adolescenza l’aveva resa così, anche.
Non che non fosse stata mai normale, “tipica” come le altre sue coetanee
O forse non lo era davvero mai stata, era difficile dirlo.

In fondo, se mi è permesso, non è proprio questo sentimento di assoluta estraneità, questa incapacità di sentirsi compresi, di sentirsi come gli altri, che caratterizza l’adolescenza?
Quindi, insomma, lei una volta era normalmente anormale.
Adesso non si sa bene.
La normalità è strana.

 

Quel che avrebbe voluto dirgli era scritto in un foglio, sì, stava tutto in un foglio, compatto, stretto stretto.

 

Di fissare quei boccioli di rosa, poi, lei non si sarebbe stufata mai. Insomma, erano belli. E se non bastava quello, se non bastava questa così enorme bellezza che forse però bastava (o forse no, non aveva idee per dirlo) a riempirle l’anima per quegli attimi fuggenti in cui stava lì a contemplare i fiori, avrebbe potuto almeno dire di essere una pittrice impressionista mancata, e che se avesse avuto talento, un’istruzione e dei colori sarebbe potuta diventare la nuova Berthe Morisot.
Impressionista ma sconosciuta al mondo.

I cani invece non le piacevano proprio.

Come quel piccolo jack russel che le stava annusando curiosamente i piedi.
“fermo Bobi!”
Il leggero nervosismo di lei.
Avvertire che il padrone del cane si stava avvicinando… e che non la stava aiutando per niente, con quel cucciolo che anzi aveva iniziato ad arrampicarsi sulle sue gambe.
Lei che alza lo sguardo a veder-lo.
“ciao Alessia”
“Papà?”
Lei non vedeva suo padre… beh, da tanto.
Lui e sua madre si erano mollati poco dopo la nascita di Sonia, non si è mai saputo bene il perché… e per il primo anno, toh, forse addirittura per i primi due, lui era tornato a trovarle ogni domenica pomeriggio, per stare un po’ di tempo assieme.
Poi erano nate le nuove sorelle, spuntato un nuovo papà. Sonia era diventata chiaramente parte dell’”altra” famiglia.
Lui era ancora suo padre, me era imbarazzante per lei incontrarlo da sola.
E poi nessuno se ne curava più.
E lei d’esser sola aveva iniziato a farci l’abitudine.
Cosa provasse per suo papà non lo sapeva anche lei, forse era quasi uno sconosciut-

L’abbraccio più forte che ricordasse di avere mai dato.

Padre e figlia come una cosa sola, stretti insieme, in un esagerato atto per colmare il vuoto che c’era, che c’era stato e che forse avrebbe continuato ad esserci.
Quello era suo papà.

Come foglietto poi non era neanche tanto piccolo.
Era a quadretti, quei quadretti di mezzo centimetro da quaderno di matematica. E sopra, a matita, ci aveva scritto quello che gli avrebbe voluto dire se ce ne fosse stata la possibilità.
Lo aveva deciso dopo, che glielo aveva voluto dire, così come dopo lo aveva scritto.
Cioè troppo tardi.
Il problema era la forma: era scritto male. Solo che lei queste cose non  le sapeva scrivere, non le sapeva esprimere punto… quindi le aveva solo buttate giù, e poi aveva bruciato il foglio.

Toccami
Le tue mani mortali
sulla mia carne già putrescente
 

La tua lingua avvelenata
a maledire ciò che resta della mia anima

Ed odorare
il tuo odore sulla mia pelle
e la mia essenza sulla tua
per questa convivenza che ci danna
e ci rende umanamente complici
di questa maledizione.

 

Una poetessa finta come chi cita impropriamente i filosofi per aggiungere frasi sciocche ai baci Perugina.

 

“diciotto anni, vero?”

Dedicargli un bel sorriso, o almeno provarci:
“già”
“sei all’ultimo anno di superiori quindi!”
“non me lo ricordare…”
“hai l’esame di stato!”
Tirargli un sassolino per terra con la falsa pretesa di fargli male: “ti ho detto di non ricordarmelo!”
Forse lui ti avrebbe detto che saresti stata bella, in un’immagine del genere.
Con tuo padre e sorridente.
Forse saresti stata proprio bella, ai suoi occhi vuoti.
“e per l’anno prossimo? Cos’hai scelto di fare? Qualche università?”
Il nulla.


Camminando sul niente senza le scarpe giuste ci potresti inciampare.


Ogni tanto, al di fuori degli altri- e cioè al di fuori delle varie domande sul futuro che le potevano rivolgere suo padre o altri estranei in genere – lei si chiedeva seriamente che fine avrebbe fatto.
Dove sarebbe andata?
Ecco, questa era una domanda che da sempre lei odiava farsi.
Anche quando partiva di casa per una delle sue interminabili passeggiate: si chiedeva dove sarebbe andata, forse?
No. Non le importava.
O meglio, dover deciderlo la portava ad un così forte disagio che preferiva auto-tacersi la meta.
Sì, il disagio…  come quello provato quella volta, davanti alla giornalista. Quel sentimento che ogni tanto si affacciava alla sua vita –“cucù” le faceva – rendendole l’esistenza una prigionia poco meno monotona.
Questa non-scelta, finora, non l’aveva mai tradita.
La aveva anzi portata ad incontrare lui – in quello stesso celestiale giardino di sempre – e lui era davvero, una delle cose belle.

 

Le capitava sporadicamente di catalogare ciò che era intorno a lei in “cose brutte” o “cose belle”.

 

Ma ora aveva diciotto anni, dannazione. Diciotto anni e l’attendeva la croce, la scelta, la maturità.
Aveva diciotto anni e le facevano presente che non era più una bambina, era piuttosto una, una, una..
Il cuore poi per lei era una trappola.
Soprattutto quando le faceva male, e non sapeva perché. Ma questo era il meno.

Ogni tanto, al di fuori degli altri, si chiedeva che fine avrebbe fatto.

 

Con “depressione clinica” intendiamo, al di fuori di ogni possibile definizione tratta da Wikipedia, uno stato prolungato di malattia in cui il soggetto, in parole semplici, si lascia morire.
Non è volontà propria di ammazzarsi: se lo fosse il soggetto si suiciderebbe, e in questo atto probabilmente soffrirebbe anche meno.
La depressione clinica è lasciarsi andare, la depressione clinica è l’inerzia. È smettere di lottare. Smettere di “vivere” nel termine puramente detto.
E da questo ci si può salvare, con l’attenzione, con l’ascolto… altrimenti si muore.
In una delle sue manifestazioni più diffuse, la depressione clinica si manifesta con l’anoressia: il depresso non s’alza più dal letto, non fa alcunché se non forzato, non mangia.
La depressione uccide, talvolta, quelle creature che ormai non più vive né ancora morte si lasciano morire.

Nell’inaccettazione di quelle grida di bambina appena sveglia, stanca di fuggire da una famiglia che non poteva seminare, Alessia smise di alzarsi dal letto la mattina.

 

Nel suo libero ed infinito porsi, l’Io si dimostra ad un tempo limitabile, in quanto nella attività reale incontra ostacoli che lo limitano, e illimitabile nell’attività ideale, caratteristica che gli permette di andare oltre.1

 

Lo sognò ancora un’infinità di volte.

tragedia “Ma d-dove sono?” “Sei nella mia testa.” Lui si guarda confuso intorno, non riuscendo tuttavia a mettere a fuoco nulla. Non c’è percezione, non c’è sensazione. Unica, nel suo cuore, è la fobia, un misto tra claustrofobia e agorafobia, un insieme di tutte le paure che si possono provare e il terrore nascosto nel cuore di chiunque, che prima o poi viene fuori. Continuando a cercare, finalmente percepisce una figura in primo piano –neanche lui capisce come sia possibile, eppure è così- simile ad una donna, anzi ad una ragazza, che lui conosce bene, anche se in effetti è un poco diversa dalla sua Laura. Costei ha i capelli lunghi, molto più lunghi di quanto ha mai visto la sua ragazza portare, e poi c’è qualcosa di diverso nello sguardo. No, non è il ghiaccio, quello è sempre stato presente, ma forse è… Il nero, il nero intorno agli occhi e sulle ciglia molto più lunghe di quanto dovrebbero essere; questa deformazione potrebbe essere solo il risultato del trucco, se non fosse che il suo viso è visibilmente struccato. “nella tua testa? E cosa ci faccio io qui?” “Tu ci sei sempre stato qui.” Lei si scansa una ciocca di capelli dal viso, la ripone dietro un orecchio, eppure essa con uno straordinario moto ondoso ritorna presto al punto di partenza. Non si potrebbe definire se la piega sia riccia, liscia o mossa, eppure sembra ovvio considerare che i capelli sono setosi. “Ma questo non è vero!” “Mi stai dando della bugiarda?” Un’inquietudine nel cuore fa trasparire meglio la potenza della fobia, intanto lo spirito di sopravvivenza lo fa rispondere con più cortesia ed un tatto da privilegiare. “Ma… com’è possibile?” “Prima eri in altre forme. Eri ricordi e speranze. Non avevi una coscienza, mentre ora cel’hai.” Lui si chiede come possa costei ricordargli tanto Laura, non che sia diversa, piuttosto… per l’opposizione tra l’indescrivibile e il noto. “e… quindi… da quanto sono qui?” “la prima volta che ti ho visto” Lo scenario cambia… o meglio, si crea un ambiente dov’essere riconducibili, e ricorda quale momento passato della sua vita sta vivendo. Il compleanno dei sedici anni di Federica, una sua compagna di banco, una cena a base di pizza e patatine fritte. Sul lato opposto del tavolo, qualche posto più in là, lei c’è realmente, nei capelli corti e gli abbracci a Federica, struccata come deve essere, al naturale. Non si accorge di nulla, eppure avviene un altro cambiamento: ora c’è solo lui e solo lei. “quindi… tu?” “Mi sono innamorata di te in quell’istante.” La confusione in testa cresce, molto più che all’inizio di tutto, molto più di quanto dovrebbe essere e di quanto è stato. “ed io?” “non lo so. Tu sei il prodotto della mia mente, quindi non lo sai neanche tu.” Lo sconforto. Non essere più un uomo. Dunque? Non un animale. Dunque? Non un oggetto. Il prodotto di una mente. Il viso di lei e il viso di lui sono ormai vicinissimi, quasi a sfiorarsi. “hai intenzione di baciarmi.” “no.” Ilprodottodiunamenteilprodottodiunamenteilprodottodiunamenteilprodottodiuname “viviamo la stessa tragedia” “pensavo che ti limitassi a rispondere” Lei non presta attenzione alla sua risposta, lei lo annulla. “io amo te ma desidero l’altro. L’altro però, è irraggiungibile. Lui vorrebbe dirle di accontentarsi di lui, perché lui è… Cambiando forma, lui non esiste più.

tragedia

“Ma d-dove sono?”

“Sei nella mia testa.”

Lui si guarda confuso intorno, non riuscendo tuttavia a mettere a fuoco nulla. Non c’è percezione, non c’è sensazione.

Unica, nel suo cuore, è la fobia, un misto tra claustrofobia e agorafobia, un insieme di tutte le paure che si possono provare e il terrore nascosto nel cuore di chiunque, che prima o poi viene fuori.

Continuando a cercare, finalmente percepisce una figura in primo piano –neanche lui capisce come sia possibile, eppure è così- simile ad una donna, anzi ad una ragazza, che lui conosce bene, anche se in effetti è un poco diversa dalla sua Laura.

Costei ha i capelli lunghi, molto più lunghi di quanto ha mai visto la sua ragazza portare, e poi c’è qualcosa di diverso nello sguardo. No, non è il ghiaccio, quello è sempre stato presente, ma forse è…

Il nero, il nero intorno agli occhi e sulle ciglia molto più lunghe di quanto dovrebbero essere; questa deformazione potrebbe essere solo il risultato del trucco, se non fosse che il suo viso è visibilmente struccato.

“nella tua testa? E cosa ci faccio io qui?”

“Tu ci sei sempre stato qui.”

Lei si scansa una ciocca di capelli dal viso, la ripone dietro un orecchio, eppure essa con uno straordinario moto ondoso ritorna presto al punto di partenza.

Non si potrebbe definire se la piega sia riccia, liscia o mossa, eppure sembra ovvio considerare che i capelli sono setosi.

“Ma questo non è vero!”

“Mi stai dando della bugiarda?”

Un’inquietudine nel cuore fa trasparire meglio la potenza della fobia, intanto lo spirito di sopravvivenza lo fa rispondere con più cortesia ed un tatto da privilegiare.

“Ma… com’è possibile?”

“Prima eri in altre forme. Eri ricordi e speranze. Non avevi una coscienza, mentre ora cel’hai.”

Lui si chiede come possa costei ricordargli tanto Laura, non che sia diversa, piuttosto… per l’opposizione tra l’indescrivibile e il noto.

“e… quindi… da quanto sono qui?”

“la prima volta che ti ho visto”

Lo scenario cambia… o meglio, si crea un ambiente dov’essere riconducibili, e ricorda quale momento passato della sua vita sta vivendo. Il compleanno dei sedici anni di Federica, una sua compagna di banco, una cena a base di pizza e patatine fritte.

Sul lato opposto del tavolo, qualche posto più in là, lei c’è realmente, nei capelli corti e gli abbracci a Federica, struccata come deve essere, al naturale.

Non si accorge di nulla, eppure avviene un altro cambiamento: ora c’è solo lui e solo lei.

“quindi… tu?”

“Mi sono innamorata di te in quell’istante.”

La confusione in testa cresce, molto più che all’inizio di tutto, molto più di quanto dovrebbe essere e di quanto è stato.

“ed io?”

“non lo so. Tu sei il prodotto della mia mente, quindi non lo sai neanche tu.”

Lo sconforto. Non essere più un uomo. Dunque? Non un animale. Dunque? Non un oggetto. Il prodotto di una mente.

Il viso di lei e il viso di lui sono ormai vicinissimi, quasi a sfiorarsi.

“hai intenzione di baciarmi.”

“no.”

Ilprodottodiunamenteilprodottodiunamenteilprodottodiunamenteilprodottodiuname

“viviamo la stessa tragedia”

“pensavo che ti limitassi a rispondere”

Lei non presta attenzione alla sua risposta, lei lo annulla.

“io amo te ma desidero l’altro. L’altro però, è irraggiungibile.

Lui vorrebbe dirle di accontentarsi di lui, perché lui è…

Cambiando forma, lui non esiste più.

specchi Era un mondo complesso, eppure era ormai l’unico a cui fossimo abituati (nessuno riusciva razionalmente a ricordare se ci fosse stato null’altro, prima). Noi eravamo delle ombre. Capitava, più che spesso, che cercassimo sovrappensiero un corpo, in un punto indefinito dello spazio in cui, chissà perché, eravamo misteriosamente spinti a cercare, per quanto non vi fosse nient’altro che il nulla (cosa fosse chiaramente questo ‘corpo’ non lo sapeva nessuno di noi: si ipotizzava fosse invisibile, insensibile e muto, tutto il resto era occupato da un ingombrante interrogativo). Noi eravamo riflessi, solo quello, o almeno così declamava chi era convinto di sapere. La nostra immagine si ripresentava nitida ad ogni superficie piana e lucida –uno specchio, del vetro, un vassoio d’argento –e quelle figure che prendevano vita dalle superficie riflettenti erano le uniche prove che avevamo della nostra esistenza. Quanti eravamo non lo avremmo saputo dire: avevamo esperienza dell’altro solo nel momento in cui succedeva ci riflettessimo in coppia –o addirittura in gruppo (accadeva raramente) nello stesso specchio, e in quel caso a volte riuscivamo anche a comunicare, bisbigliando piano piano per essere sicuri di non infastidire i Signori, o avvicinandoci fin quasi a toccarci. Eravamo comunque liberi. So che potrebbe sembrare che la nostra vita fosse direttamente collegata alla vicinanza agli specchi, ma questo è invero. Noi avremmo potuto andare dove volevamo, avremmo potuto staccarci e allontanarci da quegli specchi che solo riflettevano, potevamo correre via liberi, a patto però di smettere di parlare, di comunicare con gli altri (era possibile solo riflettendo assieme nel medesimo specchio, lo ripeto) di avere coscienza di sé perché supportati solo da quel corpo che probabilmente non esisteva neanche. Alcuni dissero che se ne sarebbero andati, e questi stessi lo fecero. Senza provare a tornare. Tra le cose, c’era da dire che io ero considerata pazza. Mi capitava, infatti, di sussurrare nel delirio agli altri qualcosa che assomigliava vagamente ad un ricordo (sostantivo demonizzato per il carattere imperscrutabile che gli era proprio) e frasi assurde totalmente distaccate dalla realtà. Piagnucolando catapultavo nel presente quei lamenti in cui supplicavo gli altri di coprirci, di buttare quei tacchi che ci toglievano l’equilibrio nella spazzatura e di coprirci sotto quei burqa con cui potevamo nasconderci, ripetendo in maniera monotona quanto fosse necessario chiedere a quelle consapevoli donne musulmane come indossare in maniera esatta le loro vesti, perché quell’orgoglio immotivato per la cultura Occidentale avrebbe infastidito i signori (com’era successo). Tuttavia, malgrado quella pazzia che impediva al mio riflesso di circondarsi si quel silenzio colmo di pace che era permesso invece (forse) agli altri, non si può dire fossi ignorata o che mi evitassero: tenersi lontani volontariamente o avvicinarsi a qualcuno erano entrambe facoltà senza speranza data l’impossibilità di percepire a distanza persone che non condividessero con te il medesimo specchio. Oltretutto, snobbare qualcun altro che per errore si fosse imbattuto nel proprio spazio avrebbe potuto significare la totale solitudine per mesi e mesi, essendo la ricerca labirintica da uno specchio all’altro per trovare compagnia totalmente governata dal caso. Potrebbe chiedersi il confuso Lettore perché non stessimo tutti nello stesso specchio, se tanto temevamo l’autonomia. Ignorando le implicazioni a carattere necessario (dentro ad uno specchio era impossibile che c’entrassimo tutti, se non molto ma molto schiacciati,  e questo non lo avremmo di certo tollerato, così come nessuno avrebbe tollerato la convivenza con certe personcine davvero molto ma molto seccanti) ci tengo a ribadire quanto fosse improbabile ritrovarsi: si poteva trascorrere giornate intere passando la specchio in specchio senza trovare nessuno, vista la difficoltà che avevamo ad orientarci; c’era poi la Signora, che spesso e volentieri cambiava la disposizione degli specchi per migliorare l’arredamento. I Signori erano buoni con noi, nel senso che raramente si impiegavano a renderci la vita difficile. Solo la Signora di tanto in tanto si divertiva, giocando –essendo lei Destino –a farci unire in matrimonio. Ogni tanto ci guardava –ipotizzavamo –ed in base a successive e attente riflessioni (o a niente) Strappava coppie di noi fuori dagli specchi, l’uno e l’altro da superfici magari opposte, e rendeva i due capitati tra noi complementari a forza. A me non è mai successo (una pazza è preferibile non coniugarla) eppure per sentito dire ho una vaga idea di cosa capitasse nel caso generale. Una coppia sposata diventava una persona sola, ed è per questo che era necessario che entrambi i coniugi si riflettessero nel medesimo istante nello stesso specchio, per poter apparire e poter bisbigliare in quella maniera ragionevole posseduta da chi ha coscienza di sé. La vita di coppia era molto precaria. C’erano in conclusione pochissime coppie rintracciabili negli specchi.

specchi

Era un mondo complesso, eppure era ormai l’unico a cui fossimo abituati
(nessuno riusciva razionalmente a ricordare se ci fosse stato null’altro, prima).
Noi eravamo delle ombre.
Capitava, più che spesso, che cercassimo sovrappensiero un corpo, in un punto indefinito dello spazio in cui, chissà perché, eravamo misteriosamente spinti a cercare, per quanto non vi fosse nient’altro che il nulla
(cosa fosse chiaramente questo ‘corpo’ non lo sapeva nessuno di noi: si ipotizzava fosse invisibile, insensibile e muto, tutto il resto era occupato da un ingombrante interrogativo).

Noi eravamo riflessi, solo quello, o almeno così declamava chi era convinto di sapere. La nostra immagine si ripresentava nitida ad ogni superficie piana e lucida –uno specchio, del vetro, un vassoio d’argento –e quelle figure che prendevano vita dalle superficie riflettenti erano le uniche prove che avevamo della nostra esistenza.

Quanti eravamo non lo avremmo saputo dire: avevamo esperienza dell’altro solo nel momento in cui succedeva ci riflettessimo in coppia –o addirittura in gruppo

(accadeva raramente)

nello stesso specchio, e in quel caso a volte riuscivamo anche a comunicare, bisbigliando piano piano per essere sicuri di non infastidire i Signori, o avvicinandoci fin quasi a toccarci.

Eravamo comunque liberi.

So che potrebbe sembrare che la nostra vita fosse direttamente collegata alla vicinanza agli specchi, ma questo è invero.

Noi avremmo potuto andare dove volevamo, avremmo potuto staccarci e allontanarci da quegli specchi che solo riflettevano, potevamo correre via liberi,

a patto però di smettere di parlare, di comunicare con gli altri
(era possibile solo riflettendo assieme nel medesimo specchio, lo ripeto)
di avere coscienza di sé perché supportati solo da quel corpo che probabilmente non esisteva neanche.

Alcuni dissero che se ne sarebbero andati, e questi stessi lo fecero.

Senza provare a tornare.

Tra le cose, c’era da dire che io ero considerata pazza.

Mi capitava, infatti, di sussurrare nel delirio agli altri qualcosa che assomigliava vagamente ad un ricordo
(sostantivo demonizzato per il carattere imperscrutabile che gli era proprio)
e frasi assurde totalmente distaccate dalla realtà.

Piagnucolando catapultavo nel presente quei lamenti in cui supplicavo gli altri di coprirci, di buttare quei tacchi che ci toglievano l’equilibrio nella spazzatura e di coprirci sotto quei burqa con cui potevamo nasconderci, ripetendo in maniera monotona quanto fosse necessario chiedere a quelle consapevoli donne musulmane come indossare in maniera esatta le loro vesti, perché quell’orgoglio immotivato per la cultura Occidentale avrebbe infastidito i signori
(com’era successo).

Tuttavia, malgrado quella pazzia che impediva al mio riflesso di circondarsi si quel silenzio colmo di pace che era permesso invece (forse) agli altri, non si può dire fossi ignorata o che mi evitassero: tenersi lontani volontariamente o avvicinarsi a qualcuno erano entrambe facoltà senza speranza data l’impossibilità di percepire a distanza persone che non condividessero con te il medesimo specchio.
Oltretutto, snobbare qualcun altro che per errore si fosse imbattuto nel proprio spazio avrebbe potuto significare la totale solitudine per mesi e mesi, essendo la ricerca labirintica da uno specchio all’altro per trovare compagnia totalmente governata dal caso.

Potrebbe chiedersi il confuso Lettore perché non stessimo tutti nello stesso specchio, se tanto temevamo l’autonomia.

Ignorando le implicazioni a carattere necessario
(dentro ad uno specchio era impossibile che c’entrassimo tutti, se non molto ma molto schiacciati,  e questo non lo avremmo di certo tollerato, così come nessuno avrebbe tollerato la convivenza con certe personcine davvero molto ma molto seccanti)

ci tengo a ribadire quanto fosse improbabile ritrovarsi: si poteva trascorrere giornate intere passando la specchio in specchio senza trovare nessuno, vista la difficoltà che avevamo ad orientarci;
c’era poi la Signora, che spesso e volentieri cambiava la disposizione degli specchi per migliorare l’arredamento.

I Signori erano buoni con noi, nel senso che raramente si impiegavano a renderci la vita difficile.
Solo la Signora di tanto in tanto si divertiva, giocando –essendo lei Destino –a farci unire in matrimonio.

Ogni tanto ci guardava –ipotizzavamo –ed in base a successive e attente riflessioni
(o a niente)

Strappava coppie di noi fuori dagli specchi, l’uno e l’altro da superfici magari opposte, e rendeva i due capitati tra noi complementari a forza.

A me non è mai successo

(una pazza è preferibile non coniugarla)

eppure per sentito dire ho una vaga idea di cosa capitasse nel caso generale.

Una coppia sposata diventava una persona sola, ed è per questo che era necessario che entrambi i coniugi si riflettessero nel medesimo istante nello stesso specchio, per poter apparire e poter bisbigliare in quella maniera ragionevole posseduta da chi ha coscienza di sé.

La vita di coppia era molto precaria.

C’erano in conclusione pochissime coppie rintracciabili negli specchi.

lui: ci tengo davvero a te.. betsy: non è vero. lui: come, scusa? betsy: non è vero. se lo facesti non mi tratteresti così male. lui: ...mi dispiace che tu pensi che ti tratto male. betsy: (so che sai benissimo che ti amo, non puoi essere così idiota da non averlo capito. eppure, mentre frequenti me ti scopi un'altra. cos'è questo, se non "trattare male"?)
Betsy: spero davvero che l'attuale ragazza del mio ex lo molli e lo faccia soffrire tanto quanto lui aveva deluso me la prima volta. Dici che sono una brutta persona, per questo?
OK. la cosa PIU’ BELLA DEL MONDO è la nuova pubblicità che gira ora su rai 3. “pubblicità progresso”, dicono. non so se l’avete vista. Il concetto è semplice: due tizi, uomo e donna, si siedono  uno davanti all’altra in un ristorante, per cenare. Eppure vi è un problema. Quale? Quello di un ENORME VASO DI FIORI tra i due, che impedisce l’uno di vedere l’altro. e da lì parte la voce fuori campo: “ci sono ostacoli  che vi impediscono un normale sviluppo delle vostre relazioni? Ad esempio.. la disfunzione erettile! (giustamente) … una buona soluzione è quella di parlarne col vostro medico!” Detto questo arriva un cameriere, porta via i fiori e i due si danno un bacetto sulle labbra. Geniale.

OK.

la cosa PIU’ BELLA DEL MONDO è la nuova pubblicità che gira ora su rai 3.
“pubblicità progresso”, dicono. non so se l’avete vista.

Il concetto è semplice: due tizi, uomo e donna, si siedono  uno davanti all’altra in un ristorante, per cenare. Eppure vi è un problema. Quale?

Quello di un ENORME VASO DI FIORI tra i due, che impedisce l’uno di vedere l’altro. e da lì parte la voce fuori campo: “ci sono ostacoli  che vi impediscono un normale sviluppo delle vostre relazioni? Ad esempio.. la disfunzione erettile!

(giustamente)

… una buona soluzione è quella di parlarne col vostro medico!”
Detto questo arriva un cameriere, porta via i fiori e i due si danno un bacetto sulle labbra.

Geniale.